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2016-08-05 10:18:47
Orari di Apertura MuMar e Parco dei Resti del Convento di S. Domenico

Mattina: dalle 9:00 alle 13:00

Pomeriggio: dalle 16:00 alle 20:00 (orario estivo)

                  dalle 15:00 alle 19:00 (orario invernale)

Storia

Antico Convento di San Domenico Soriano Calabro(VV)

La storia del complesso conventuale domenicano di Soriano Calabro affonda le sue origini a cinquecento anni fa, esattamente nel 1510, quando un padre domenicano del convento di Catanzaro, fra’ Vincenzo, venne esortato in sogno dal patriarca dell’Ordine a fondare un nuovo convento nel cuore dell’attuale provincia vibonese. Secondo le fonti tanto la scelta del primitivo sito quanto l’edificazione della chiesa e del convento sono costellati di eventi miracolosi. L’originaria chiesa, utilizzata dalla prima comunità di frati, era dedicata all’Annunziata, molto probabilmente sita nell’attualmente area occupata dal noviziato, come hanno messo in luce gli scavi recentemente condotti. Nel 1530 si verificò l’evento prodigioso narrato dalle fonti, sul quale si fondò la successiva fama del convento calabrese che lo elevò a santuario; durante la notte fra’ Lorenzo da Grotteria, mentre si accertava che la chiesa fosse chiusa prima di andare a riposare, vide tre donne, le quali avvicinandosi gli chiesero se vi fosse un’immagine di San Domenico; questi rispose che ve ne era una rozzamente dipinta. In quell’istante le donne srotolarono una tela con l’effigie del Santo, chiedendo al frate che fosse messa sull’altare maggiore e subito dopo scomparvero improvvisamente. Fu durante la notte successiva che a uno dei fratelli venne rivelata in sogno l’identità delle donne: si trattava di Santa Caterina d’Alessandria della Vergine e di Santa Maria Maddalena. L’immagine, dunque, ritenuta acheropita, ovverosia opera dipinta da pennello divino, fu oggetto di particolare venerazione e fonte di molti miracoli. L’opera è stata attribuita recentemente al pittore di Mileto Paolo di Ciaccio, allievo di Antonello da Messina, ed accostata al dipinto della Madonna delle Pere della chiesa di Santa Maria della Consolazione ad Altomonte. Nel 1609 la visita del generale dell’Ordine, Agostino Galamini, fu determinante per ufficializzare il culto dell’icona miracolosa. Il padre domenicano, infatti, chiese al priore, Silvestro Frangipane, di raccogliere in un volume i miracoli compiuti dalla “Santa Immagine”. In verità si celava dietro tale intenzione la volontà di riabilitare l’Ordine domenicano, in particolare quello calabrese, agli occhi del mondo cattolico e della corona di Spagna a seguito delle infelici vicende legate ai domenicani Giordano Bruno e Tommaso Campanella, perseguitati dalla Chiesa per le loro idee; basti ricordare le rivolte organizzate da Campanella che presero le mosse proprio da alcuni centri calabresi. Le numerose edizioni dei “Miracoli” della tela sorianese giustificano la grande diffusione che conobbe soprattutto nel Seicento, grazie anche al favore regio che guardava con particolare affezione al santuario, giacché la casa reale spagnola vantava una lontana parentela con San Domenico di Guzmán; infatti, Leonor de Guzmán, nella prima metà del XIV secolo, aveva sposato Alfonso XI di Castiglia. Anche per tale motivo il viceré di Napoli Ramiro Nuñez de Guzmán, noto come duca di Medina, si spese particolarmente per la proclamazione del Santo a compatrono del Regno di Napoli. Ciò avvenne nel 1640 e nella stessa occasione, con il sussidio vicereale e dei padri più in vista dell’Ordine, si commissionò a Roma un imponente altare in marmo e bronzo che dovesse degnamente celebrare e ancor più legittimare il culto dell’immagine calabrese. L’opera, commissionata all’architetto Martino Longhi, venne realizzata con il contributo di diversi artisti, che si occuparono della fusione delle parti metalliche, e in particolare dello scultore Orfeo Boselli, autore delle statue di cui si conserva nel Museo dei Marmi la figura allegorica della Religione e la sola testa della Sapienza, insieme ad un rocchio di colonna in breccia corallina appartenente al medesimo altare. Il modello di Longhi venne riproposto per la realizzazione dell’altare maggiore della chiesa romana di San Carlo ai Catinari, realizzato nel 1643. Nel Seicento furono numerosi i doni votivi che giunsero a Soriano da diverse parti d’Italia e d’Europa in segno di devozione o per grazie ricevute da parte di personalità eminenti; numerosissimi gli argenti, molti dei quali ricordati dalle cronache. Alla prima metà del Seicento possono datarsi due straordinari busti marmorei, uno dei quali purtroppo in stato molto frammentario, raffiguranti San Domenico e Santa Caterina da Siena. Si tratta di opere di grande eleganza che afferiscono alla più raffinata cultura berniniana. Il primo busto è stato attribuito a Giuliano Finelli, uno dei primi allievi di Gianlorenzo Bernini e suo collaboratore nel celebre gruppo dell’Apollo e Dafne della Galleria Borghese di Roma. San Domenico è colto in un momento di visione estatica; la bocca dischiusa, gli occhi rivolti al cielo e le ciglia aggrottate, dettagli che uniti a raffinatezze tecniche, come il virtuosismo della lavorazione di barba e dei capelli, ne fanno una delle opere più significative dell’artefice di origine carrarese. Al pari di questo, se non ad un livello più alto, si colloca il martoriato capo proveniente da un busto di Santa Caterina da Siena. L’opera, concepita credibilmente in occasione della legittimazione ufficiale da parte della Chiesa del culto delle stimmate della Santa nel 1630, mostra una straordinaria ricercatezza espressiva nel composto atteggiamento di sofferenza provocato dalla corona di spine e dal dolore delle ferite della crocifissione che non ha precedenti nel novero dell’iconografia cateriniana. Nonostante lo stato deplorevole di conservazione, riusciamo ad immaginare, attraverso l’esplorazione delle parti mancanti, l’articolato sviluppo dell’opera, lasciando sospeso il problema dell’identificazione dell’artefice che, se non è da identificare con il genio di Bernini, è da individuare con una figura a lui strettamente legata. A qualche decennio dopo crediamo si debba datare pure il possente busto di San Tommaso d’Aquino, la cui provenienza debba essere pure indicata nell’ambiente romano. Ritornando alla storia del santuario calabrese è necessario ricordare un evento importante per la “Santa Casa”; nel 1652 si colloca, infatti, l’acquisizione da parte della stessa della contea di Soriano, concessa in via del tutto straordinaria da Filippo IV e da Innocenzo X, a seguito della morte dell’ultimo feudatario, Francesco Maria Carafa. Il potere economico del padri, così, crebbe considerevolmente e poté supportare la ricostruzione del convento a seguito del sisma del 1659. In quell’occasione il viceré Gaspar de Bracamonte, conte di Peñaranda, mediò con il sovrano di Spagna per elargire un contributo economico per far fronte alla ricostruzione e inviò inoltre il suo architetto di fiducia, il certosino Bonaventura Presti che, nel 1661, predispose il nuovo progetto. Poco prima dell’arrivo di Presti a Soriano i padri chiamarono da Messina un architetto teatino, identificato con Guarino Guarini, che pure fornì un modello di ricostruzione del complesso religioso, ma uscì di scena cedendo il posto all’architetto venuto da Napoli. Il progetto di ricostruzione del santuario venne discusso a Napoli e a Roma con architetti “primari”, per citare le parole delle fonti; i documenti hanno messo in luce il nome del domenicano fra’ Giuseppe Paglia in quegli anni legato a Francesco Borromini nella direzione della fabbrica della Propaganda Fide. È allora probabile che, fra gli altri, il progetto sia stato sottoposto al grande architetto ticinese. Il nuovo piano architettonico avrebbe previsto l’ampliamento della fabbrica precedente che comprendeva allora un solo chiostro. Attraverso grandi opere di contenimento si crearono i presupposti per la costruzione di due chiostri attigui e di uno superiore riservato ai priori, di un cimitero e del noviziato ad est. La chiesa venne riconfigurata a partire dall’arco di trionfo sino alla facciata che venne costruita in forme monumentali. L’incisione di Fabiano Miotte, databile ai primi del Settecento, ci restituisce l’immagine del grandioso complesso religioso all’apice del suo sviluppo architettonico, paragonabile ai più grandi monasteri d’Europa del tempo. È all’interno della chiesa che si concentra l’interesse dei padri domenicani; già sul finire del Seicento chiamano a Soriano da Perugia Giuseppe Scaglia, scultore e stuccatore. Dopo i primi interventi in stucco della chiesa, nel 1694 gli affidano la decorazione marmorea dei pilastri della navata, ultimata nel 1709. Si tratta di una poderosa impresa scultorea che vede il rivestimento delle paraste con clipei di Santi e Beati sostenuti da coppie di angeli e da un’ennesima coppia di creature celesti colte nell’atto di reggere i simboli che avevano contraddistinto nella vita religiosa o nel martirio i numerosi personaggi dell’Ordine. La decorazione, che si svolgeva pure sulle paraste d’angolo della navata, creava un effetto avvolgente di grande suggestione che preparava i fedeli alla visione del dipinto miracoloso. L’esuberante ornamentazione tardo barocca, modesta nella qualità scultorea, traduce a Soriano, estrema provincia del regno napoletano, un celebre intervento decorativo della Roma barocca: la decorazione della basilica vaticana, realizzata in occasione del giubileo del 1650 su progetto di Gianlorenzo Bernini. Ma se nel prototipo romano, mirante a celebrare i primi pontefici della chiesa, la decorazione si svolge sui piedritti dei pilastri della navata della basilica, a Soriano, quella stessa tipologia, si dipana senza soluzione di continuità sulle diverse paraste prescelte in base all’importanza architettonica per accogliere Santi o Beati dell’Ordine dei Predicatori. Nel 1734 i padri decidono di risistemare la zona presbiteriale, quella del coro e della crociera; per circa vent’anni, eccetto nella navata della chiesa riservata al culto, resterà aperto un nuovo cantiere. In quell’occasione si amplia il coro, si ricostruisce la cupola, ma soprattutto si riedificano gli altari, da quello maggiore a quelli del transetto. Dopo un primo coinvolgimento di maestranze siciliane, viene interpellato a Napoli Domenico Antonio Vaccaro, insieme al marmorario Francesco Raguzzini. Il celebre architetto napoletano realizzò un modello dell’altare, ma morì nel 1745 prima di mettere a punto i progetti dettagliati. I Domenicani allora, nel 1748, si rivolgono a Roma a Carlo Marchionni, architetto rinomato nella città pontificia; quest’ultimo fornirà un progetto di massima che perfezioneranno ingegneri e maestranze napoletane. La monumentale macchina d’altare, che sviluppa un progetto dello stesso Marchionni, messo a punto per l’apparato festivo della canonizzazione di Santa Caterina de’ Ricci in Santa Maria Sopra Minerva a Roma, doveva ispirarsi a modelli in voga nella Roma tardo barocca, sebbene l’apporto decorativo e scultoreo degli artefici napoletani caratterizzerà l’opera in modo determinante. Per la realizzazione delle statue venne coinvolto nel 1751 il celebre artista veneto Antonio Corradini, in quegli anni attivo a Napoli, chiamato da Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, per l’esecuzione di un vasto ciclo scultoreo per la cappella di famiglia. A fronte di un primo accordo con il marmorario Raguzzini, che prevedeva l’esecuzione di un gran numero di brani plastici, Corradini realizza in realtà una sola opera, un grande angelone reggi festone, destinato alla parte sommitale dell’altare, e dopo aver litigato con il marmorario, abbandona l’impresa. Al suo posto vengono chiamati due scultori napoletani allievi di Vaccaro, già coinvolti in un primo momento, Matteo Bottigliero e Francesco Pagano. Questi porteranno avanti l’impresa, realizzando un angelo speculare a quello eseguito dal Corradini e tutta una serie di altre sculture, fra cui le monumentali statue dei Santi Tommaso d’Aquino e Vincenzo Ferrer, riservate a fiancheggiare la parte centrale della cona marmorea contenente il dipinto miracoloso. Un grande altorilievo, inoltre, era stato eseguito per incorniciare la stessa tela; esso riproduceva il momento della “delazione” dell’opera, per usare un termine antico. Sulla monumentale macchina d’altare era possibile salire per poter osservare l’immagine sacra – un privilegio concesso a pochi –, mentre due porte d’argento ricoprivano il dipinto che solo occasionalmente veniva svelato. Numerose sculture allegoriche e di angeli furono eseguite, inoltre, non solo per l’altare, ma anche per ornare le paraste del presbiterio, la cui decorazione marmorea venne eseguita dallo stesso Raguzzini. L’altare, che presentava due fronti, uno prospettante sulla navata l’altro sul coro, possedeva dunque due mense per la celebrazione delle funzioni. Sul fronte principale il paliotto sottostante era quello in argento, donato dal Gran Priore dell’Ordine di Malta, Gregorio Carafa, mentre il tabernacolo era probabilmente quello secentesco con colonne in alabastro. La parte retrostante dell’altare era meno importante, ma non meno significativa; si conservano sia il paliotto che il tabernacolo, purtroppo privi di commessi policromi, come molti altri frammenti scultorei recuperati. Prima della consacrazione dell’altare maggiore avvenuta nel 1757, venne anche costruito un nuovo coro ligneo realizzato dal napoletano Tommaso Mancini nel 1754. Anche gli altari maggiori del transetto, dedicati alla Vergine del Rosario e al Crocifisso, vennero ricostruiti. Per la loro realizzazione furono coinvolti nel 1768 i napoletani Francesco Scalabrini, Raimondo Varvella e Giovanni Martino. Gli ultimi interventi decorativi prima del terremoto del 1783 riguardarono l’esecuzione degli stucchi di quattro cappelle della chiesa, eseguiti dagli stuccatori di Pizzo Matteo e Giovanni Frangipane nel 1771. Il terremoto del 1783 distruggerà irrimediabilmente la “Santa Casa”, tanto che ogni idea di ricostruzione risultò vana; con queste parole Michele Sarconi descrive gli effetti del devastante sima: Or tutto questo prezioso lavoro di sacra pietà fu orribilmente in pochi minuti secondi devastato. Di tanta mole non rimasero, che poche tele di muri infranti, e magagnati. Tutto il più dello specioso edificio o profondò, o piombò nell’interno vano del tempio stesso, in modo, che dal vasto materiale, in esso a ribocco piombato, e rinchiuso, rimase violentata la porta maggiore. Realizzato fra il 2005 ed il 2009, il Museo dei Marmi, da cui l’acronimo MUMAR, di Soriano Calabro raccoglie gran parte delle opere e dei frammenti marmorei provenienti dalla decorazione dell’antica chiesa conventuale. Gli studi condotti unitamente al rinvenimento di documenti hanno fortunatamente permesso l’identificazione dei vari nuclei decorativi che hanno interessato l’invaso sacro. In questo spazio, che occupa i locali più interni del chiostro cosiddetto “di mattoni”, un tempo destinato probabilmente a deposito, è stato allestito il museo su progetto e cura di Mario Panarello. L’allestimento ha previsto una sala introduttiva nella quale viene presentato il complesso religioso e dove sono stati collocati diversi tipi di frammenti marmorei. Da qui si accede alla “galleria” e ad una prima sala attigua da cui il percorso parte. In questo ambiente sono stati installati brani scultorei provenienti dall’altare maggiore, realizzato a Roma da Martino Longhi unitamente ad altre opere secentesche. Il primo tratto della “galleria” è stato destinato ad accogliere diversi frammenti decorativi che rivestivano i pilastri della navata della chiesa realizzati da Giuseppe Scaglia. Segue una piccola sezione intermedia dove sono collocati tre busti decorativi, già citati. La sezione successiva del museo ospita i numerosi brani scultorei provenienti dall’altare maggiore, realizzato nella metà del Settecento su progetto del romano Carlo Marchionni. Una piccola sala finale è stata destinata alla presentazione del convento e del Museo ed è da questa che porgiamo i nostri saluti nella speranza di essere stati capaci di restituire un’immagine dello splendore dell’antico convento.

(Mario Panarello)

Basilica Santuario di San Domenico Soriano Calabro(VV)

Il Santuario di San Domenico è stato costruito nel 1838 sul sito di uno dei chiostri dell’antico omonimo convento seicentesco in rovina dopo il terremoto del 1783, precisamente il chiostro del priore. L’intero prospetto, la facciata esteriore con capitelli e cornici prende vita su disegno dell’ingegnere Don Gaetano Strani. I lavori iniziarono nel 1839 sotto la direzione del capomastro Francescantonio Staglianò, originario di Chiaravalle. Nonostante il mantenimento di alcune dimensioni del vecchio edificio, il nuovo involucro architetonico acquistò una nuova chiarezza spaziale ormai tutta neoclassica. L’architettura della chiesa è tardo barocca: all’interno è conservata La Santa Immagine di San Domenico (Il Quadro miracoloso) posto nell’ancona bronzea realizzata dallo scultore Monteleone al centro dell’altare maggiore. Preziosa è anche una statua di San Domenico scolpita in un unico tronco di tiglio dallo scultore sorianese Giuseppe Antonio Ruffo (1855), protagonista di eventi miracolosi nel 1870 e nel 1884 e il simulacro della Santissima Vergine del Rosario custodita gelosamente dalla Confraternita di Gesù e Maria del SS. Rosario. Nell'attiguo ex-convento dei padri domenicani, ricostruito in un’ala dell’antico convento, ha sede il municipio di Soriano Calabro ed una raccolta di reperti dell’antico edificio. Gli avanzi più consistenti si riferiscono alla parte inferiore della facciata della chiesa barocca, mentre rimangono tutte le strutture portanti fino all'altezza del piano terra: l'intero complesso è stato oggetto di un restauro conservativo nel secondo dopoguerra.

I ruderi del convento

Distrutto dal terremoto del 1659, il convento annesso alla chiesa-santuario dedicata a San Domenico, allora costituito da un solo chiostro, venne riedificato su progetto dell’architetto certosino Bonaventura Presti a partire dal 1661. Il nuovo complesso conventuale venne organizzato su tre chiostri di cui due sullo stesso livello della chiesa, l’altro ad una quota più alta, riservato al priore, seguendo quindi il contesto orografico digradante del terreno ai piedi della collina, denominata degli Angeli. Il chiostro attiguo alla chiesa era chiamato nei documenti “chiostro di pietra”, poiché i pilastri erano prevalentemente costituiti da blocchi granitici; quello contiguo era invece menzionato nei giornali di fabbrica come “chiostro di mattoni”. Il lato ovest di quest’ultimo venne riedificato nella prima metà dell’Ottocento, forse perché in parte recuperabile, e dopo la soppressione post unitaria fu destinato ad ospitare il Municipio cittadino. Quasi del tutto inesistente è il chiostro priorale, attualmente occupato dal nuovo convento e dalla chiesa. Considerando la condizione di rudere degli edifici conventuali, nonché la mancanza di disegni, non è agevole capire da dislocazione dei vari ambienti del convento. Forse in prossimità della torre, che sovrastava lo scalone di rappresentanza e congiungente il livello stradale sottostante con il piano dei chiostri, si trovavano gli appartamenti di rappresentanza. La successione delle celle e degli ambienti del lato ricostruito può dare un’idea della vastità del complesso conventuale e della tipologia distributiva, predisposta da Presti che ha previsto una sorta di piano ammezzato prospettante all’interno dei chiostri. Un altro lato ricostruito, sovrastante pressappoco l’area del Museo dei Marmi, venne distrutto da un incendio nei primi del Novecento.

(Mario Panarello)

La chiesa ottocentesca

L’attuale chiesa dedicata a San Domenico sorge nell’area dei ruderi dell’antico chiostro priorale, i cui resti sono visibili sul fianco della strada che costeggia l’edificio. All’indomani del terremoto del 1783 fu costruito un capanno per il ricovero dei recuperati oggetti di culto. Solo nel 1790 si avvia la ricostruzione della chiesa predisposta da “Cassa Sacra” su progetto di Bernardo Morena per essere ultimata dopo qualche anno. Tuttavia, già pochi decenni dopo, un nuovo progetto più organico dovette mirare ad ampliare l’edificio. Infatti, nei decenni successivi al periodo napoleonico, precisamente intono al 1839, venne chiamato l’ingegnere monteleonese Gaetano Strani come responsabile della riconfigurazione architettonica dell’interno della chiesa e della facciata. Quest’ultima, interamente in granito, sembra essere ispirata nell’impaginato del registro inferiore, all’architettura dell’antica chiesa distrutta. L’austero gusto neoclassico dell’interno è esaltato dalla raffinata decorazione a stucco, realizzata nel 1858 dal piemontese Giacomo Fumagalli, artista allora residente a Reggio Calabria. Fra le pregevoli opere custodite all’interno della chiesa, oltre all’antica tela del 1530, ritenuta acheropita (ossia eseguita da mano divina), raffigurante San Domenico, si conservano il coro ligneo del 1754 di Tommaso Mancini, proveniente dalla chiesa distrutta, il settecentesco Crocifisso e la statua lignea di San Domenico, scolpita da Giuseppe Ruffo nel 1855.

(Mario Panarello)

Il complesso conventuale di San Domenico in Soriano

Fondato nel 1510, il convento domenicano di Soriano divenne uno dei santuari più importanti dell’Ordine, per la presenza di una tela ritenuta acheropita, cioè dipinta da mano divina, raffigurante San Domenico. Nei primi decenni del Seicento il luogo conobbe un notevole impulso e nel 1640 si consacrò l’altare maggiore giunto da Roma, realizzato su progetto di Martino Longhi. L’acquisizione dei padri domenicani dell’antica contea sorianese accrebbe il loro potere economico e, a seguito del terremoto del 1659 che distrusse il convento e danneggiò la chiesa, grazie anche al patrocinio regio, si decise di ricostruire un nuovo convento in forme maestose, comprendente tre chiostri, il cimitero, la chiesa e il noviziato. Un’incisione di primi Settecento raffigura il complesso religioso nel momento di massimo splendore, purtroppo ridotto in ruderi dal terremoto del 1783. Il fronte settentrionale del complesso è ancora oggi quello di maggiore impatto architettonico; nell’angolo ovest rimane integra la torre delle carceri a cui seguono le botteghe, un vero e proprio mercato permanente, la cui sequenza è interrotta da un monumentale ingresso d’onore che conduceva ai chiostri superiori. Segue, leggermente rientrata, la monumentale facciata della chiesa, rimasta in piedi solo nel primo ordine, mentre sul lato est si trovava il noviziato che occupava l’antica area del primitivo sito conventuale, la cui chiesa era dedicata all’Annunziata.

(Mario Panarello)

POR CALABRIA FESR 2007/2013 L.I. 5.2.5.1
Avviso Pubblico Valorizzazione BBCC-II Edizione

ASSE V - RISORSE NATURALI, CULTURALI E TURISMO SOSTENIBILE

Obiettivo Specifico 5.2 - Valorizzare i beni e le attività culturali quale vantaggio comparato dalla regione Calabria per aumentare l'attrattività territoriale, per rafforzare la coesione sociale e migliorare la qualità della vita dei residenti.