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2016-08-05 10:18:47
Orari di Apertura MuMar e Parco dei Resti del Convento di S. Domenico

Mattina: dalle 9:00 alle 13:00

Pomeriggio: dalle 16:00 alle 20:00 (orario estivo)

                  dalle 15:00 alle 19:00 (orario invernale)

Le Sculture

Allegoria della Religione (fine del terzo decennio del XVII sec.)

La più antica fonte che cita quest’opera è contenuta nel trattato manoscritto di scultura, stilato dallo stesso autore della statua, Orfeo Boselli, il quale sostiene di aver realizzato l’allegoria della Religione e quella della Sapienza ed una serie di angeli per l’altare maggiore della chiesa domenicana di Soriano, consacrato nel 1640. La statua, realizzata sul finire degli anni Trenta del Seicento, trovava collocazione sul timpano dell’altare maggiore. L’impronta classicista dell’opera è chiaramente evidente nell’equilibrato volto della figura e nel carattere dei panneggi in parte riscolpiti a seguito della sua nuova collocazione sulla balaustra del successivo altare settecentesco.

L’opera, in fase di restauro, ha visto il riposizionamento del capo e della mano, fortunatamente recuperati.

(Mario Panarello)

Fastigio con vaso ed erme (prima metà sec. XVII)

L’elegante brano scultoreo faceva pendant con uno speculare, frammentario e purtroppo perduto.

L’articolazione degli elementi decorativi rimanda a stilemi diffusi nei primi decenni del Seicento; significativi il copricapo delle figure fitomorfe e la maschera teriomorfa del vaso centrale.

Non è improbabile che il pezzo provenga dall’altare maggiore, giunto da Roma a Soriano negli ultimi anni del terzo decennio del Seicento, forse dalle portelle laterali, giacché trova affinità con il linguaggio esornativo di Martino Longhi.

(Mario Panarello)

San Domenico fa scaturire le acque dalla montagna (seconda metà sec. XVII)

Il bassorilievo, che in un tempo era accompagnato ad un altro raffigurante Mosé fa scaturire le acque dal deserto (oggi nella locale chiesa del Carmine), può essere ricollegato ad alcuni miracoli verificatisi nella seconda metà del Seicento a Soriano attribuiti al patriarca San Domenico. Un documento del 1680 attesta il ripetersi di un evento miracoloso legato alla scarsità di acqua durante il periodo estivo che non consentiva il prosieguo dei lavori della fabbrica. L’improvviso sgorgare di una sorgente nei pressi del convento venne interpretato come un prodigio divino. Il medaglione raffigura il Santo in posizione centrale con il priore accanto e circondato da varie maestranze.

L’attribuzione dell’opera allo scultore palermitano Francesco Grassia, attivo a Roma in pieno Seicento, è supportata dal confronto con il rilievo della Natività del piedistallo del gruppo statuario raffigurante la Madonna col Bambino ed i Santi Giovanni Battista ed Evangelista del 1670 della chiesa romana di Santa Maria Sopra Minerva.

(Mario Panarello)

Medaglioni con i Santi Rosa da Lima e Tommaso d’Aquino


I medaglioni, con la raffigurazione di questi due importanti santi domenicani, dovevano trovare collocazione sui pilastri posti fra le cappelle della chiesa (realizzati a partire dal 1694), poiché ai Santi era riservata una posizione privilegiata rispetto ai Beati dello stesso Ordine. Le figure, chiaramente identificabili dagli attributi che le contraddistinguono, si stagliavano su un fondo in commesso di breccia di Francia. Le opere, di qualità alquanto modesta, sono caratterizzate da una sintesi espressiva apprezzabile nella coralità dell’intervento decorativo. Anche la disposizione e il carattere dei volti degli angeli, atti a sospendere i clipei, sembrano improntati su una serie di cliché figurativi che si ripetono con minime variazioni. Scaglia a Soriano si cimenta in un’impresa decorativa complessa e per certi versi nuova, in quanto egli era maggiormente noto per la lavorazione del legno e dello stucco, materiali con i quali aveva realizzato diverse opere in Umbria.

(Mario Panarello)

Medaglione con Beato Pio V

Ai tempi in cui venne realizzato il ciclo decorativo marmoreo che rivestiva i pilastri della chiesa domenicana di Soriano (1694-1709), Papa Pio V (Antonio Ghislieri), già domenicano e legato alla Battaglia di Lepanto, non era ancora stato canonizzato (lo sarà nel 1712); pertanto la sua effigie, in qualità di beato, venne destinata ad ornare una delle paraste angolari della navata, come si evince dalla superficie scabra della parte retrostante. Il carattere espressivo in estasi della figura ricorre in altri personaggi dello stesso ciclo, tuttavia presenta una certa vigoria plastica conferita dal pronunciato rilievo che investe anche gli angeli sottostanti.

(Mario Panarello)

Successione di figure angeliche reggi tondo e reggi simbolo

Sulle paraste che componevano l’ordine architettonico della navata della chiesa domenicana la successione di due clipei, sorretti idealmente da coppie di angeli, era inframmezzata da due angeli sostenenti i simboli che contraddistinguevano i santi posti rispettivamente nella parte alta e in quella bassa del pilastro. La successione di figure, come attesta la concatenazione di alcune di esse, fortunatamente ricomposte, avveniva senza soluzione di continuità sulla superficie del pilastro rispetto al prototipo vaticano in cui gli angeli intermedi sono delimitati da cornici.

(Mario Panarello)

Busto di San Tommaso d’Aquino

L’opera proviene quasi certamente da uno degli ambienti dell’antico convento domenicano sorianese. La notevole tempra morale espressa dalla figura è maggiormente evidenziata dal modellato vigoroso nelle masse, ma nel contempo accurato e soffice, che trapassa da un piano all’altro. Tali caratteri si ritrovano espressi anche nel piccolo dettaglio del sole raggiante, contrassegno del Santo, i quali, uniti all’accurata definizione della capigliatura, rimandano, seppure problematicamente, alle opere dell’eccentrico scultore palermitano Francesco Grassia, attivo a Roma nel XVII secolo.

(Mario Panarello)

Busto di San Domenico (terzo decennio del XVII sec.)

Lo straordinario busto in marmo, proveniente da uno degli ambienti conventuali, è una delle opere più integre a noi pervenute dopo la grande distruzione del 1783, nonostante qualche piccolo danno subito dal viso e la perdita di parte della spalla sinistra. L’opera, attribuita allo scultore di origine carrarese Giuliano Finelli (1602-1653), collaboratore di Gianlorenzo Bernini nel celebre gruppo scultoreo dell’Apollo e Dafne della Galleria Borghese (1622-1625), potrebbe risalire agli anni precedenti il lungo soggiorno napoletano dell’artista in virtù di un abbondante uso della tecnica del trapano, di notevole livello nella resa della barba e dei capelli e che caratterizza soprattutto le opere del primo periodo romano. A Napoli lo scultore realizza le statue in bronzo della cappella di San Gennaro fra cui quella di San Domenico, vicina al busto sorianese ma notevolmente semplificata dal punto di vista espressivo, carattere che si mostra traboccante di pathos nel brano marmoreo sorianese.

(Mario Panarello)

Frammento di un busto di Santa Caterina da Siena (terzo decennio del XVII sec.)

Fortemente danneggiato dal sisma del 1783 e dall’esposizione alle intemperie che hanno calcinato la superficie, questo straordinario brano scultoreo è parte di un busto destinato a esaltare le stimmate di Santa Caterina da Siena, il cui culto viene ufficializzato nel 1630 da Urbano VIII.

La figura coniuga suggestioni classiche, nell’impostazione del volto levigato, e seduzioni barocche, nella resa naturalistica dei dettagli; la bocca dischiusa e quasi parlante, l’iride scavata, una ciocca di capelli che solca la gota, unitamente al realismo della corona di spine (resa virtuosisticamente con il trapano), insieme a quanto rimane dal velo e forse dell’attaccatura del soggólo, sono dettagli toccanti di un’opera estremamente equilibrata nella sua concezione espressiva tanto da farci rimpiangere la restante parte perduta. La problematica attribuzione a Gianlorenzo Bernini o al suo stretto entourage è giustificata dal confronto con alcune opere degli anni Venti del Seicento, trovando alcune assonanze con il busto raffigurante l’Anima Beata (ante 1619) dell’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede a Roma e con il volto della Dafne del celebre gruppo borghesiano.

(Mario Panarello)

“Angelone” reggi festone dell’altare maggiore (post 1751)

La complessa gestazione dei lavori dell’altare maggiore, realizzato tra il quarto ed il quinto decennio del Settecento, su progetto di Carlo Marchionni, aveva visto un primo coinvolgimento degli scultori napoletani Matteo Bottigliero e Francesco Pagano, estromessi in una fase successiva per il coinvolgimento del più famoso Antonio Corradini, presente a Napoli. Quest’ultimo realizza uno dei grandi angeli che sormontavano la parte terminale della cona (nei documenti non si specifica quale dei due). In seguito ad una lite con il marmorario Francesco Raguzzini, Corradini abbandonò l’impresa e successivamente furono riabilitati gli scultori precedentemente estromessi. Questi ultimi realizzarono un angelo speculare, da identificare con molta probabilità con quello superstite. Nell’opera la trasparenza dei panneggi che ricoprono la figura non sembra raggiungere i livelli conseguiti dello scultore veneto, nonostante tale virtuosismo abbia connotato in parte anche la produzione di Francesco Pagano.

(Mario Panarello)

Statue dei Santi Tommaso d’Aquino e Vincenzo Ferrer (1751- 1757)

L’altare maggiore realizzato su progetto finale di Carlo Marchionni, prevedeva diversi inserti scultorei, in particolare altorilievi e statue di varia grandezza, in gran parte realizzati fra il 1751 ed il 1757 dagli scultori formatisi nella bottega di Domenico Antonio Vaccaro, Francesco Pagano e Matteo Bottigliero. Fra le opere previste, le statue dei Santi Tommaso d’Aquino e Vincenzo Ferrer erano poste nello spazio compreso fra le colonne della cona, ai lati dell’altorilievo riproducente l’evento miracoloso. Le sculture sono purtroppo acefale e mutile in diversi punti, ma mostrano un diverso vigore plastico, frutto dell’intervento dei due artefici che avrebbero realizzato le opere distintamente. Forse a Pagano spetterebbe il San Tommaso e a Bottigliero il San Vincenzo, anche sulla base dei confronti con le statue coeve, realizzate dai medesimi artefici, per la guglia dell’Immacolata in piazza del Gesù a Napoli.

(Mario Panarello)

Frammenti della balaustra dell’altare maggiore (1748-1757)

Della balaustra che cingeva la zona presbiteriale dell’altare maggiore sono stati rinvenuti diversi frammenti. Dall’originario assetto dei ruderi del presbiterio, dal disegno planimetrico molto articolato, erano leggibili gli spazi che un tempo accoglievano le statue secentesche della Religione e della Sapienza. Gli elementi superstiti lasciano ben intuire il disegno della balaustra in marmo bianco con commesso nero che si sviluppava plasticamente, assecondando il profilo mistilineo del presbiterio e della scala. Lo sviluppo che ha previsto l’elaborazione di decorazioni quasi organiche, si mostra ancora vincolato a stilemi tardo barocchi, con suggestioni che rimandano al linguaggio di Cosimo Fanzago.

(Mario Panarello)

Frammento del torso della Vergine proveniente dall’altare maggiore (1751-1757)

Nel monumentale altare settecentesco il miracolo della consegna della tela miracolosa era rappresentato con un altorilievo marmoreo, il quale includeva in una cornice l’antica tela, generalmente non visibile, ma protetta da portelle in argento. Le figure delle Sante Maria Maddalena e Caterina d’Alessandria affiancavano il dipinto ai rispettivi lati, mentre la Vergine si mostrava nell’atto di sostenerlo nella parte alta. Di questo grande altorilievo, al quale attesero gli scultori napoletani Bottigliero e Pagano, sono stati identificati pochi frammenti, tra i quali quello più consistente è costituito dal torso della Vergine; a riprova di ciò il brano, nella parte inferiore, non mostra un’improvvisa interruzione, ma appare rifinito, giacché appoggiava in parte sulla cornice marmorea del dipinto. Le figure dell’altorilievo erano, inoltre, circondate da nubi, figure di angeli e cherubini. Non conosciamo, purtroppo, i disegni dell’opera, ma è probabile che gli artisti abbiano preso come modello una delle tante immagini della nota iconografia, affermatasi sin dal primo Seicento.

(Mario Panarello)

Frammenti del rivestimento decorativo marmoreo delle paraste del presbiterio (1754-1757)

In prossimità dell’ultimazione dei lavori dell’altare maggiore il marmorario Francesco Raguzzini si impegna con i padri domenicani di Soriano a realizzare la decorazione di otto paraste prossime alla zona presbiteriale. L’artista realizza una decorazione in cui le superfici dell’ordine architettonico vengono investite da una successione di quadrature di matrice architettonica entro le quali si intrecciano, come in un apparato effimero, rami di palma e ghirlande di acanto. I numerosi frammenti rinvenuti permettono di ricostruire idealmente alcuni nodi decorativi. All’interno di grandi riquadri intermedi si trovavano collocati angeli reggi torcia, realizzati dagli stessi scultori coinvolti per l’esecuzione delle statue dell’altare maggiore, Francesco Pagano e Matteo Bottigliero.

(Mario Panarello)

Mensola decorativa dell’altare maggiore (1748-1757)

Non sappiamo in quale punto preciso della grande macchina dell’altare trovasse collocazione questa mensola antropomorfa, di cui esiste il pendant purtroppo privo dell’elemento figurativo. A questi dettagli di grande suggestione espressiva attesero gli scultori Matteo Bottigliero e Francesco Pagano, sebbene dobbiamo ricordare che la bottega dei due artefici era frequentata dal giovane Giuseppe Sammartino che ufficializza la sua collaborazione con Pagano nel 1756. Non è improbabile, allora, che alcuni elementi figurativi di carattere decorativo siano stati realizzati dal Sammartino che si affermerà sul panorama artistico nei decenni successivi.

(Mario Panarello)

Paliotto e Tabernacolo dell’altare maggiore settecentesco prospettante sul coro del padri domenicani (1750-1757)

Il monumentale altare del santuario sorianese, come risaputo, possedeva due fronti con distinte mense; uno prospettante sulla navata, l’altro sul coro dei padri. Quest’ultimo consentiva la celebrazione delle funzioni religiose per i soli conventuali. L’impaginato architettonico di questo lato dell’altare non mostrava la ricchezza esornativa del prospetto principale, sebbene presentasse elementi decorativi di rilievo come il paliotto e il monumentale tabernacolo la cui ricercata concezione conferivano all’opera una certa importanza. Significativo il paliotto che ha ormai perduto il commesso marmoreo, ricoprente le parti che oggi si mostrano sbozzate.  Con questa tecnica nel cartiglio centrale fu riprodotto l’emblema domenicano, mentre il drappo di gusto vaccariano, che rimonta a concezioni berniniane, era ugualmente rivestito di “verde antico” con rifiniture di rame dorato, come si evince dai documenti.

(Mario Panarello)

POR CALABRIA FESR 2007/2013 L.I. 5.2.5.1
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ASSE V - RISORSE NATURALI, CULTURALI E TURISMO SOSTENIBILE

Obiettivo Specifico 5.2 - Valorizzare i beni e le attività culturali quale vantaggio comparato dalla regione Calabria per aumentare l'attrattività territoriale, per rafforzare la coesione sociale e migliorare la qualità della vita dei residenti.